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Articolo in OSHO TIMES 268, Maggio 2020: “Liberi Tutti. Colori in carcere

Sahaja ci racconta la sua esperienza come insegnante di pittura in una casa circondariale del territorio italiano

“Ti interessa guidare un corso di pittura all’interno di un carcere?” chiede Silvia, che mi ha fatto esporre nel suo negozio di the.

“Certo che no” rispondo io, presa in contropiede. Il no è dettato dalla paura di trovarmi imprigionata davanti a un genere di persone che non conosco, presunti pericolosi, per lo più tutti uomini, trattandosi di una casa circondariale maschile a Siena. In realtà questa idea comincia a ronzarmi nella testa.

“Ripensaci” mi dice lei.

Ci ripenso, la cosa mi incuriosisce. Passano giorni.

La chiamo: “Vieni come me?”

“No” mi risponde lei.

Inizia a delinearsi nella mente l’immagine di me e di lei, insieme, che inauguriamo questa avventura. Entrambe ci siamo formate in Accademia, io in pittura, lei in scenografia. Io ho una certa esperienza come facilitatrice di gruppi di pittura e insegnante di adolescenti, casi difficili ne ho visti, lavorare con le persone è la mia passione e sono ispirata da questa nuova sfida. Lei ha una recente esperienza di laboratori artistici con bambini ed è stata a lungo tecnico luci nei teatri. Mi rassicurerebbe avere accanto una donna artista che si butta con me verso l’ignoto. Passano giorni.

Mi chiama: “Ci ho ripensato” mi dice “Ci sto”.

Questo è stato l’esordio di un viaggio all’interno della reclusione che arriva già al terzo anno.

Le due “Gemelle? Sorelle? Partner?” sono benvolute dal gruppo dei detenuti che curiosi decidono di affidarsi e di mettersi in gioco.

Il nostro laboratorio si inserisce all’interno di un progetto finanziato da una fondazione di una banca che promuove la cultura nel territorio senese.

“Io non mi sono cercata niente, questa opportunità è arrivata. Ho anche tentato di resistere” spiego alle persone che mi chiedono come ho fatto ad entrare in una simile situazione.

Documento di identità, deporre tutti gli effetti personali negli appositi sportelli chiusi a chiave, soprattutto il cellulare, perquisizione di sicurezza, entra solo il materiale Belle Arti approvato, si apre un portone che si richiude immediatamente alla nostre spalle, poi un altro e un altro ancora. Siamo sempre chiuse all’interno di due porte, infine dietro inferriate di una sala colloqui.

Arrivano i detenuti, non tutti insieme, un po’ alla spicciolata. Sono di varie nazionalità. Alcuni non parlano bene l’italiano. Adottiamo il metodo delle scotch con scritto il nome sopra, tanto i nomi sono difficili da ricordare. Più strani dei nomi sannyasin. Ci presentiamo, abbiamo preparato delle slide con i nostri profili e l’introduzione al progetto. Abbiamo una tonnellata di pennarelli, pastelli, matite, fogli. Con timidezza questi individui variegati, iniziano a disegnare i primi bozzetti. Sorrido. Colgo in un segno piuttosto che in un altro delle qualità sorprendenti. Colui che sembra spavaldo è in realtà insicuro. Colui che sembra chiuso ha un mondo fantastico ed espressivo che esplode.

“Non so disegnare” qualcuno pronuncia. Al che io e la mia collega incoraggiamo alla libera espressione e chiariamo che non si tratta di un corso di disegno, ma di una opportunità di lasciare andare ogni “scarabocchio”. Farsi sorprendere dalle scoperte che accadono, anche attraverso quelli che reputiamo (o ci hanno fatto credere che siano) errori.

“Volate sulle ali della fantasia” dico.

Astratto, figurativo, tutto è ammesso. E lì si allenta la tensione. È di particolare aiuto la musica che porto nel mio computer. Abbiamo rotto il ghiaccio, gli uomini iniziano a ondeggiare al ritmo musicale, si scordano che stanno disegnando e diventano ospiti della creatività che scorre nelle vene di tutti. Adoro osservare questi universi assiologici di ogni individuo. Poi io e Silvia raccogliamo i bozzetti, li attacchiamo al muro e vediamo cosa succede. Guidiamo alla critica costruttiva, apprezziamo il contributo di ognuno, invitiamo alla condivisione. Poi il tempo scade e con grande galanteria gli uomini ci stringono la mano dicendoci “arrivederci”. Si allontano senza fretta finché non li vediamo sparire nel corridoio dietro a un paio di guardie. Qualche mano ci saluta tra le sbarre delle celle. Scambiamo due parole con l’educatrice e rifacciamo il percorso all’indietro. Si aprono e si chiudono le solite porte, tutto il materiale che è entrato deve uscire, controllo all’entrata, recupero effetti personali, siamo libere, all’aria aperta. “È una esperienza forte” mi dice la mia compagna di sventura. “E’ stato bellissimo” dico io. “Pensavo che fossimo le due Cappuccetto Rosso che incontrano i lupi e in realtà sono degli agnellini”… “Chissà, magari quello che sembra così innocuo e disegna aquiloni e arcobaleni ha ucciso qualcuno e magari proprio una donna come noi!”… commentiamo dietro una tazzina di caffè al bar.

È un nuovo giorno. Torniamo in prigione. Ci sono volti conosciuti e altri nuovi perché gli internati vanno e vengono a seconda dei reati commessi, dei processi, delle decisioni prese dai giudici. L’età è mista. Ci sono dei carcerati proprio giovani che iniziano a raccontare di sé. Spesso per bravate o stupidaggini finiscono dentro. Poi C, un italiano basso e tarchiato pieno di tatuaggi, con sguardo penetrante ci chiede: “Ma voi perché venite qui?” quella domanda mi prende alla sprovvista e formulo una risposta improvvisata, arrampicandomi sugli specchi. Quella domanda mi entra dentro e mi risuona e mi fa riflettere. “Non sarà un caso” penso dentro di me.

La proposta di oggi è quella di riunire i bozzetti di tutti in una grande tela. L’autorialità diventa comune. Fondiamo le idee. Capiamo subito che dipingere a terra mette in difficoltà non poche persone: chi ha le costole rotte, chi si è fatto male a ginnastica, chi ha ferri dentro il corpo. Non abbiamo alternative, la tela è troppo grande e non ci sta sui tavoli. Pian piano a ritmo di musica a richiesta, i detenuti si scordano delle limitazioni fisiche e iniziano a immergersi nell’arte, diventa una meditazione, sono lì nel momento presente e totalmente assorbiti dai colori. I loro disegni sono senza alcuna pretesa, innocenti. È toccante vedere quanta dedizione ci mettono. Dipingono col cuore. Forme sincere, vere, crude, coraggiose, vissute. Irreversibilmente la tela inizia ed essere segnata da simboli, forme, immagini sognate. Le mani si incontrano, i corpi si incrociano muovendosi nella grande dimensione. Non parlano più. Sono totalmente coinvolti nell’azione di dipingere. Una grande aquila a due teste viene disegnata da J e A, due ragazzi albanesi. Un gruppo di persone compare nel centro della tela, espressione di G e K. Il tempo è tiranno e scade. Ci salutano con gli occhi di chi vuole rivederti presto e spariscono. “Percepisco la loro fragilità e umanità”… “non sono mostri, può capitare a tutti quello che è capitato a loro”… “Delinquere magari è stato solo un raptus” commentiamo mentre lasciamo lo spazio blindato.

Mi sembra di intuire che attraverso questo laboratorio artistico imparo elementi di sociologia ed empatia. Non è una semplice tela, quella è solo la traccia visiva di un’operazione ben più profonda.

Un altro giorno G, di nazionalità incerta (a noi operatrici non viene detta nessuna informazione sui partecipanti del nostro laboratorio) con un ciuccio e il nome di sua figlia tatuato sulla mano mi racconta che quando uscirà la prima cosa che farà sarà visitarla. L, dall’accento latino americano, che si muove con molta agilità dipingendo una piramide, si unisce alla conversazione. Parla di figlio non voluto, però messo a tutti i costi alla luce da quella che adesso è la sua ex. È interessante ascoltare il loro punto di vista, che va contro ogni luogo comune sociale. Sento gratitudine per avere questa opportunità di crescita e conoscenza. É la ricompensa di essere andata contro le mie resistenze iniziali.

Di nuovo entriamo in prigione. Eccoli che arrivano nella sala. Già si capisce chi ha motivazione e chi viene solo per ammazzare il tempo. C’è qualcuno che non si alza neanche dalla branda, ci dicono. Altri che non sono autorizzati a partecipare. Srotoliamo l’opera in progress. Capita che J e A, autori dell’aquila a due teste, non siano presenti, così un altro, O, inizia a dipingerla. Ci mette dei colori variegati con le bombolette spray. J e A, la volta dopo si lamentano perché non sono stati rispettati i colori del bozzetto. O mi confida di aver usato i colori dell’Italia ma nell’ordine sbagliato per non essere scoperto. Capisco che questo è il terreno di inclusione ma anche di taciti conflitti, territori segnati, invasi. Sono abituata a vedere ciò perché nella pittura collettiva succedono spesso episodi simili. Il dipinto di gruppo è la metafora della relazione con gli altri. La pittura fa da specchio all’interiorità di ognuno e rende evidente ciò che non è visibile. Gli scontri/incontri sono inevitabili. E di solito anche arricchenti. B, ragazzo tunisino, va a colorare in giro i disegni degli altri. Non si limita a riempirli ma li stravolge totalmente. Degli uomini lo guardano con disapprovazione ma non dicono nulla. C sta dipingendo una cesta di frutta. Rimango a bocca aperta! Sa quel che fa, ha uno stile caravaggesco. “Dove hai imparato?” il classico caso autodidatta. T, nuovo detenuto sta ripassando le sue mani. Disegna due polsi e li incatena. Poi disegna il simbolo dell’Albania, un’altra volta. O, che ha già colorato l’aquila, che si svela uno street artist di grande talento, lascia il segno anche vicino alla seconda aquila. “Free like an eagle” scrive. Compaiono note musicali, montagne, fiori. Dove finisce l’intervento di uno inizia quello dell’altro. Ognuno dà il proprio contributo anche solo nello stare lì a contemplare. Io e Silvia abbiamo portato una quantità industriale di colori acrilici e pennelli, c’è l’imbarazzo della scelta. Abbiamo anche il phon per asciugare più velocemente possibile la tela da ripiegare. Tempo scaduto. Strinte di mano, arrivederci. I nostri destini si separano. Loro rimangono chiusi dentro, noi usciamo fuori. Mentre io e Silvia ci allontaniamo dalla casa circondariale penso proprio a questo. E’ un bel contrasto che mi fa apprezzare la libertà che tengo per scontata.

“Hai notato che siamo videosorvegliate?” mi dice Silvia. “Si, ma dopo un po’ mi scordo della telecamera”.

La volta successiva gli uomini sembrano più esperti. Rischiano di più, hanno preso confidenza con il mezzo espressivo. C decide di fare una camminata attraverso i tre metri e mezzo di tela. J gli dipinge i piedi con l’acrilico rosso e lo sorregge. Le impronte formano un percorso che taglia l’opera a metà. Le tracce invadono lo spazio di alcuni disegni, alcune pestano letteralmente forme preesistenti. Il gruppo si spacca in due: alcuni hanno sguardi di disapprovazione, altri manifestano consenso. Evidentemente il soggetto è sia temuto che rispettato. E anche B, che va a distruggere l’operato degli altri, imponendo il suo, lo è poiché non è stato fermato da nessuno. Va a scrivere una scritta araba sul tao dipinto da Z. Qualcuno lo guarda storto. Quella scritta viene cancellata la volta dopo perché lui non c’è. L imita C e fa una camminata d’oro, ripassata a tratti di verde fluo da B. È curioso vedere che la rosa dipinta da K, un giovane kosovaro riservato e delicato, è stata stravolta da un prato, che diventa velocemente un disco nero, che diventa una sorta di mandala dove spuntano rose bianche. E’ sempre lui B, rapidissimo. Si muove con destrezza e nessun indugio. È spietato. Mi fa pensare alla frase di Osho che dice che non si può creare senza prima distruggere. E rifletto che in effetti l’arte più rivoluzionaria è quella che nasce dalle macerie di quella del passato. Sorrido allo Shiva della situazione e confesso di volerlo fermare per far sì che osservi con più consapevolezza ciò che sta facendo. Ma poi respiro, lo lascio stare e decido di non interferire in quel che accade all’insegna della spontaneità. Qualcuno colora di oro il cappello al tizio con la barba e la sigaretta, di fianco il giovane manga con la cicatrice. La cesta di frutta è ora sorretta da un turbante di un personaggio fantastico che pare il Genio della lampada. Il surrealismo prende piede nella tela mescolato al tribale, al comic, allo street, all’espressionismo astratto.

Questo dipinto può essere un trattato di arte contemporanea. Lo dico e i detenuti ridono increduli tranne O con le bombolette in mano che annuisce.

“Apriamo le finestre che ci stiamo intossicando” dice una guardia che viene a curiosare. Pian piano la sala colloqui diventa il fulcro d’interesse della prigione e molti personaggi vi gravitano dentro, incluso il direttore che ammira l’opera pittorica che sta nascendo e sbalordendo molti. L’educatrice è contenta. Riusciamo con le nostre borse stracolme. “Certo che è un bello sbattimento trasportare sempre tutto” … “Speriamo che non ci abbiano rubato niente, se hanno preso qualche penna siamo nei guai”. Apprendiamo infatti che gli oggetti più vietati sono proprio questi perché li usano per farsi tatuaggi, il che non è ben visto dal personale. Mi trovo nella tasca un bigliettino con scritto un nome di una traccia musicale, intuisco chi me lo possa aver messo, capisco che è una richiesta di scaricarla per poterla ascoltare.

La tela ad ogni incontro si arricchisce di nuovi segni e le forme preesistenti vengono cambiate incessantemente, tuttavia stravolte. È il caso della donna dai capelli rossi che è diventata misteriosamente un vecchio con barba e capelli bianchi. Sempre opera di B. Con un pennello intriso di acrilico dorato G scrive: “La vita è più preziosa dell’oro”. Poi decidono di scrivere una poesia in comune, la dettano a O che sgrammaticando la immortala con la sua bella grafia da writer: “Quando ero piccolo raccontavo ai lupi e alle pecore. La visione più bella è stata vedere il mare per la prima volta e poi il nulla”.

Guardo Silvia, mi esce una lacrima.

I santi, i moralisti, i puritani…guardali in faccia, avranno un volto tirato, rigido, severo. E ora guarda i peccatori, sarai sorpreso: hanno un cuore più dolce. Sono persone più amorevoli, buoni compagni. La compagnia dei peccatori è più piacevole” (Osho).

Sahaja ha una formazione artistica in Belle Arti, New Media e Design. Ha un Master in Apprendimento Cooperativo e l’Abilitazione Ministeriale all’insegnamento. È un’insegnante certificata Meera Art Academy. Ha svolto il training con Meera Hashimoto per la prima volta nel 2011 e da quel momento l’ha assistita in Spagna, Italia, Svezia e India.

L’incontro con Meera e con Osho è stato una rivoluzione interiore. Dal 2006 cura progetti per la promozione del talento giovanile e tiene gruppi sulla creatività in diversi ambienti socioculturali come scuole, carceri, centri culturali, centri di meditazione. Collabora con varie figure professionali e in particolare con il terapeuta di Zen Counseling e Costellazioni Familiari Svagito Liebermeister, con il quale si è formata, mentre continua la sua attività come artista. Tiene gruppi di Pittura Primal e laboratori artistici in Italia e nel mondo. Per maggiori informazioni sul lavoro di Sahaja: trustinspontaneity.com

Everyone free.

Colors in prison.

Sahaja tells us about her experience as a painting teacher in prison in Italy

“Would you be interested in teaching a painting course in a prison?” asks Silvia, when I  exhibited in her tea shop.

“No way” I say, caught off guard. The no is dictated by the fear of being trapped with a kind of person I do not know, presumably dangerous, all men. Actually the idea starts to buzz in my head.

“Think about it” she says.

I think about it, it intrigues me. Days go by.

I call her: “Are you coming with me?”

“No” she replies.

I picture us together embarking on this adventure. We both trained at the Academy, I in painting, she in scenography. I have some experience as a facilitator of painting groups and teaching teenagers; I have seen difficult cases, I love working with people and this new challenge begins to inspire me. She has experience in art workshops with children and has  long  been a lighting technician in theaters. It would reassure me to have an artist with me who launches into the unknown. Days go by.

He calls me: “I thought better of it” she says “I’m in”.

This was the beginning of a prison experience, now in its third year.

The “Twins? Sisters? Partners?” are well-liked by the curious inmates who decide to trust and get involved.

Our workshop is part of a project financed by a bank foundation that promotes culture in the Siena area.

“I wasn’t looking for anything. This opportunity just turned up. I even resisted at first ”I explain to people who ask me how I got into such a situation.

We leave our identity document and all personal belongings, especially the mobile phone, in special lockers. We undergo a security search. Only the approved fine arts material enters. A door opens and closes solidly behind us, then another and another. We are repeatedly between two doors and finally behind the bars of an interview room. 

The detainees arrive in dribs nad drabs. They are of various nationalities. Some do not speak Italian well. We write their the names on masking tape as they are difficult to remember. Stranger than sannyasin names. We introduce ourselves, and have prepared slides with our profiles and a word about the project.

We have a ton of markers, crayons, pencils and sheets of paper. Shyly, these assorted individuals begin to make their first sketches. I smile. I spy surprising qualities in certain strokes. The one who seems bold is actually insecure. The one who seems closed has a fantastic expressive world that explodes.

“I can’t draw,” someone says. My colleague and I encourage free expression and say it is not a drawing course, but an opportunity to scribble. It is about being surprised by the discoveries that happen, even what we believe (or are led to believe ) are errors.

“Fly on the wings of fantasy,” I say.

Abstract, figurative, everything is allowed. And there the tension is released. The music I bring in my computer is of particular help. We break the ice, the men begin to sway to the rhythm of the music, to forget they are drawing and become guests of the creativity that flows in everyone’s veins. I delight in the axiological universes of each individual. Then Silvia and I collect the sketches, attach them to the wall and see what happens. We guide constructive criticism, we appreciate everyone’s contribution, we invite sharing. Then time runs out and with great gallantry men shake our hands saying “goodbye”. They hurry away and we see them disappear down a corridor behind a couple of guards. A few hands greet us between the bars of the cells. We exchange a few words with the educator and retrace our steps. The usual doors open and close, all the material that came in must go out. We are checked again at the entrance, collect our personal effects, and finally we are free in the open air. “It’s a strong experience,” my partner tells me. “It was beautiful,” I say. “I thought we were Little Red Riding Hoods who meet wolves who are actually lambs” … “Who knows, maybe the one who seems so harmless and draws kites and rainbows killed someone; perhaps a woman like us!” .. we comment over a cup of coffee at the bar.

It’s a new day. We return to the prison. There are known faces and other new ones because the internees come and go according to the crimes committed, the trials, the sentences of the judges. They are of all ages. There are really young prisoners who tell us fragments of their stories. Often they end up inside due to bravado or nonsense. Then C, a short, stocky Italian full of tattoos, with a penetrating gaze asks us: “Why do you come here?” The question catches me off guard and I fumble unconvincingly for an answer. The question penetrates and resounds me and makes me think. “It cannot be a coincidence,” I say to myself.

Today’s proposal is to make a large joint canvas. Authorship becomes common. We merge ideas. We immediately realise that painting on the ground is difficult for many of them: those who have broken ribs, those who have injured themselves at gymnastics, those who have surgical pins and plates in their bodies. We have no alternative, the canvas is too large for the tables. Slowly, to the rhythm of music, the prisoners forget their physical limitations and begin to immerse themselves in what they are doing, they become a meditation, there in the present moment, totally absorbed by the colours. Their designs are unpretentious, innocent. It is touching to see how much dedication they put into it. They paint with the heart. Sincere, true, raw, courageous and experienced forms. Irreversibly, the canvas begins and be marked with symbols, shapes, dreamed images. The hands meet, the bodies cross each other, moving over the large canvas. They no longer speak. They are totally involved in the action of painting. A large two-headed eagle is drawn by J and A, two Albanian boys. A group of people appear in the centre of the canvas, expressed by G and K. Time is running out. They bid us goodbye with the eyes of those who want to see you again soon, and disappear.

“I perceive their fragility and humanity” … “they are not monsters, what happened to them can happen to anyone” … ” maybe they did something in a moment of passion,” we comment as we leave the fortress.

I glimpse that this artistic lab is teaching me elements of sociology and empathy. It is not a simple canvas, but just the visual trace of a much deeper process.

Another day, G, of uncertain nationality (we are not given any information about the participants) with a pacifier and his daughter’s name tattooed on a hand tells me that when he is released, the first thing he will do is visit her. L, with a Latin American accent, who moves with great agility while painting a pyramid, joins the conversation. He speaks of an unwanted son, wanted at all costs by his ex. It is interesting to listen to their points of view, so at odds with social platitudes. I feel grateful for this opportunity to grow and understand. It is a reward for going against my initial resistance.

Again we enter the prison. Here they come, into the room. We already understand who is motivated and who comes to kill time. One does not even get off his mattress, they tell us. Others are not allowed to participate. We unroll the work in progress. It happens that J and A, who drew the two-headed eagle, are not present, so another, O, begins to paint it. It takes variegated colours with spray cans. Next time, J and A complain the colours of their eagle were not respected. O told me he used the colours of Italy, but in the wrong order so as not to be discovered. I realise that this is the terrain of inclusion but also a potential battleground where marked territories are invaded.

I am used to this because it often happens in collective painting. The group painting is a metaphor of the relationship with others. Painting acts as a mirror of one’s inner world and makes the invisible manifest. Clashes/encounters are inevitable and usually also enriching. B, a Tunisian boy, goes around colouring the drawings of others. He does not just fill them but it completely distorts them. The others watch disapprovingly but say nothing. C is painting a fruit basket. I am amazed! He knows what he is doing, he has a Caravaggio-like style. “Where did you learn?” He is the classic self-taught case. T, a new prisoner is tracing his hands. He draws two wrists and chains them together. Then he draws the symbol of Albania again. O, who coloured the first eagle and turns out to be a very talented street artist, also leaves his mark near the second eagle. “Free as an eagle,” he writes. Musical notes, mountains and flowers appear. Where one’s work ends, another’s begins. Each makes his own contribution, even just by standing there and contemplating. Silvia and I have brought an industrial quantity of acrylic colours and brushes, there is plenty of choice. We also have a hairdryer to dry the canvas so it can be folded sooner. Time out. Shake hands, goodbye. Our destinies part. They remain closed inside, we go outside. As Silvia and I come away from the prison I think about this. It’s a big contrast that makes me appreciate the freedom I take for granted.

“Have you noticed that we are under video surveillance?” Silvia asks. “Yes, but after a while I forget the camera.”

The next time the men seem more experienced. They risk more, they have become familiar with the medium of expression. C decides to take a walk across the three and a half meters of canvas. J paints his feet with red acrylic and supports him. The footprints cut a path that divides the work in half. They invade some of the drawings, some literally trample pre-existing forms. The group splits in two: some have disapproving looks, others show consensus. Evidently the subject is both feared and respected. And B, who destroys the work of others, imposing his own, is like this also because he has not been stopped by anyone. He is about to write in Arabic on the Tao painted by Z. Someone looks at him disapprovingly. That writing is cancelled the next time because he is not there. L imitates C and takes a golden walk, then outlined in fluorescent green by B. It is curious to see the rose painted by K, a reserved and delicate young Kosovar, obliterated by a meadow, which then becomes a black disc, and subsequently a sort of mandala where white roses sprout. It’s always B, working fast. He moves with dexterity and without delay. He is ruthless. He makes me think of Osho’s phrase that one cannot create without destroying. And I reflect that the most revolutionary art comes from the rubble of past art. I smile at our Shiva and confess that I want to stop him and make him observe what he is doing with more awareness. But then I breathe, I leave him alone and decide not to interfere with what is happening spontaneously. Someone colours the hat of the type with the beard and cigarette in gold, next to the young manga with the scar. The fruit basket is now supported by the turban of a fantastic character who looks like the genie of the lamp. Surrealism invades the canvas mixed with tribal, comic, street and abstract expressionism.

This painting may be a treatise on contemporary art. I say this and the inmates laugh in disbelief, except O with the cans in hand, who nods.

“We open the windows, we are being poisoned,” says a guard who comes to snoop. Gradually the interview room becomes a centre of interest in the prison and many characters gravitate to it, including the director who admires the painting that is coming to life and astounding many. The educator is happy. We leave with our overflowing bags. “It is a hard work to carry everything” … “We hope they have not stolen anything. If they have taken a pen we are in trouble”. In fact, we learn that the most prohibited objects are precisely these, because they use them to make tattoos, which frowned on by the staff. I find a note in my pocket with the name of a music track written on it. I guess who might have put it there and understand it as a request to download it.

Each time, the canvas is enriched with new signs and the pre-existing forms are constantly changing or distorted. The red-haired woman mysteriously becomes an old man with a white beard and hair. Again the work of B. With a brush dipped in golden acrylic, G writes: “Life is more precious than gold”. Then the men decide to write a collective poem, they dictate it to O, who immortalizes it (with some errors) in his beautiful handwriting: “When I was little I used to tell stories to the wolves and sheep. The most beautiful sight was to see the sea for the first time, and then nothing.”

I look at Silvia and shed a tear.

“The saints, the moralists, the Puritans … look them in the face, they will have a drawn, rigid, severe face. And now look at the sinners, you will be surprised: they have a sweeter heart. They are more loving people, good companions. The company of sinners is more pleasant “(Osho).

Sahaja has an artistic education in Fine Arts, New Media and Design, a Master’s Degree in Cooperative Learning and the Ministerial Teaching Qualification. She is a certified Meera Art Academy teacher. She trained with Meera Hashimoto for the first time in 2011 and has since assisted her in Spain, Italy, Sweden and India.

The meeting with Meera and Osho was an inner revolution. Since 2006 Sahaja has been responsible for projects promoting young talent and holds creativity groups in schools, prisons, cultural and meditation centers. She collaborates with various professional figures and in particular with the Zen Counseling and Family Constellations therapist Svagito Liebermeister, with whom she trained, while continuing her activity as an artist. She holds Primal Painting groups and artistic workshops in Italy and worldwide. For more information on Sahaja’s work: trustinspontaneity.com

 

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Articolo in OSHO TIMES 259, Giugno 2019: “La forza del Team”

Dopo essermi laureata in Pittura all’Accademia di Belle Arti e anche in Design all’ISIA di Firenze, ho viaggiato un bel po’ svolgendo delle ricerche per un Master in Apprendimento Cooperativo durante il quale ho capito che il binomio apprendimento/insegnamento avviene nella collettività a vari livelli trasversalmente. In realtà non ci sono docenti e discenti, non c’è una cattedra separata dai banchi, non c’è un sapere che viene dettato dall’alto e ricevuto dal basso. Bensì una cultura che circola orizzontalmente e viene condivisa a vari gradi. Si impara gli uni dagli altri, si mettono a servizio collettivo le proprie capacità e doti. Ognuno ha un qualcosa di unico da condividere. Questa è la filosofia dell’apprendimento cooperativo, largamente studiata negli ambienti pedagogici contemporanei, scarsamente messa in atto nei luoghi ufficiali di formazione, dove la trasmissione del sapere avviene ancora in maniera unilaterale e gerarchica. Ma fortunatamente, in ambienti alternativi, nei quali avviene spontaneamente un’interdipendenza fra i soggetti che agiscono, il vecchio paradigma si rovescia. Questo non significa che ci si improvvisa esponenti culturali e che l’apprendimento cooperativo accada da sé. Per essere facilitatore della cultura condivisa ci vuole una preparazione ad hoc, skill speciali non estemporanee. Ci vogliono in primo luogo capacità d’ascolto, abilità di comunicazione non-violenta, rispetto di se stessi e degli altri, rielaborazione attiva e creatività. In pratica ci vuole umiltà, voglia di crescere e mettersi in discussione. Il motivo per cui torno ogni anno all’Osho International Meditation Resort di Pune è perché trovo possibile questa pratica di costruzione di una nuova conoscenza condivisa, considerata nei luoghi che frequento abitualmente, per esempio la scuola italiana, utopistica. Da quando la mia carissima mentore, ispiratrice a livello artistico e vitale, Meera Hashimoto, colei che mi chiamata per la prima volta qui, se n’è andata dalla faccia della Terra, ancor di più vedo possibile la cooperazione nell’apprendimento, in particolar modo all’interno del suo team, rimasto senza lei. Meera ci aveva addestrati a condividere, ad esporci sempre, nel comfort e discomfort. Ci aveva insegnato ad assumerci responsabilità, sviluppando il nostro talento in modo versatile, all’istante riconfiguratile e camaleontico, ma allo stesso tempo rispettando la nostra natura e autenticità. Nell’inaspettata sua assenza e nella totale impreparazione emotiva per la sua dipartita, quindi ci siamo trovati già paradossalmente preparati a sopravvivere. Come una tribù di apprendisti dalle buone radici, ma inconsapevoli di perdere la loro guida così presto, ci siamo apprestati a mettere in pratica, insieme, il pluriennale vissuto tirocinio, che non è stato altro che una forma dello studiato fenomeno pedagogico dell’apprendimento cooperativo. Anche quest’anno il suddetto fenomeno si è svolto, come un arricchente praticantato in un ambiente meditativo e internazionale, come conferma che questo metodo è, oltre che possibile, vincente. Lo dico sempre, per me un’esperienza del genere vale di più di tutte le università e stage messi assieme. Il tutto si svolge ovviamente nell’espressione del colore e nella vitalità di una banda di creativi. Il Meera team è un organismo vivente e plasmabile, ha cellule nei quattro angoli della Terra. Le nazionalità sono molteplici: Irlanda, Germania, Giappone, Taiwan, Slovenia, Italia, Svezia, Turchia, nazioni che hanno deciso di intraprendere relazioni di fratellanza tra loro. Il Meera team prende forma a seconda del contesto e può variare di dimensione. Questo perché non ci sono ruoli prestabiliti, ma tutto è in divenire e in simbiosi con le situazioni che mutano. Ovviamente viene usato come criterio di selezione la maturità, la competenza e la consapevolezza, ma c’è sempre posto per nuovi arrivati e per la loro freschezza. A Pune quest’anno eravamo in dodici: Anando, Anurakti, Devi, Fuluwari, Ojas, Prema, Premraj, Sahaja, Samadhi, Sundari, che ha dato il cambio a Tathina, Tosho, Vijan, e in più Svagito, terapista veterano di costellazioni familiari e zen counseling, compagno di Meera, che con fare paterno ci ha accompagnati in ogni istante, trasferendoci l’amore che nutre per Meera combinato a pillole di sapere terapeutico. Si è preso cura di noi come se fossimo i suoi studenti, forse i suoi compagni di avventura oppure i figli mai avuti. Qualcuno del Meera team, ha condiviso, nello sharing finale, che è stato come essere parte di una grande famiglia. L’appartenenza è l’atmosfera che si è vissuta durante il training Osho Art Meditative Intensive anche quest’anno. Non siamo solo team-member pronti ad apprendere l’uno dall’altro, ma siamo anche pittori, non ce lo scordiamo. Abbiamo a che fare più con l’emisfero destro del cervello che col sinistro. Usiamo più le funzioni cerebrali irrazionali. Per cui essere facilitatori artisti vuol dire essere imprevedibili, selvaggi e spontanei, non seguire strutture preconfigurate, andare ‘a braccio’, con l’intuito e con l’energia del momento. In questo Meera era l’esempio per antonomasia e quando eravamo aiutanti impazzivamo con i suoi cambi repentini di programma. Da qualcuno era soprannominata Tzunami. Quando siamo diventati noi facilitatori ci siamo resi conto che i programmi in realtà non esistono! Ovviamente c’è un canovaccio ma le improvvisazioni sono essenziali. Fanno parte dell’arte di occuparsi di arte. E fanno parte dell’arte di lavorare con le persone. E questo è anche il messaggio di Osho il quale ci esorta a essere presenti, vivendo l’attimo, andando con coraggio verso lo sconosciuto. Per me l’apprendimento cooperativo avviene nel Meera team costantemente, nel meditare, nel guardarsi dentro per poi confrontarsi con gli altri. In ogni momento. In ogni fase. Si crea insieme. Fin dalla preparazione gigantesca di tutta la macchina creativa che nessun mortale si immagina: stendere la chilometrica plastica sul marmo del Buddha Groove, incollare carta fatta a mano per raggiungere grandi dimensioni, preparare i molteplici colori acrilici e versarli negli appositi innumerevoli contenitori, così come gli inchiostri, preparare i pennelli di varia dimensione e forma, spruzzini, spugne, secchielli, cuscini, specchi, palette e acquerelli, gouache, stracci per ogni partecipante, metter su una stazione colori sempre provvista di colori, progettare i set per i taster. Questo è il lavoro iniziale. Poi c’è la conduzione del gruppo, di tutti gli esercizi, dei dipinti, delle meditazioni guidate. Mettere la musica, parlare col microfono, facilitare eventi notturni, essere presente in qualsiasi situazione, cavarsela sempre anche con partecipanti difficili, dire cose sensate. C’è il mantenimento quotidiano dello spazio e la preparazione speciale per ogni esercizio. C’è poi l’esposizione dei lavori e la preparazione della performance finale, che Meera amava tanto, nella quale il team diventa anche una compagnia di danza. Tutto questo è tenuto in vita dalla grande collaborazione e spirito di gruppo del team. Potrei affermare che facendo parte del Meera team ricevo un doppio training. C’è l’Osho Art Meditative Intensive training e c’è il Meera team training. Uno è l’effetto collaterale dell’altro. Uno è on-stage e l’altro è back-stage. Ma il fatto di essere back-stage non significa che sia meno visibile, anzi è il terreno su cui gettano le fondamenta del gruppo e dipende la riuscita dello stesso. Non c’è competizione all’interno del Meera team, non c’è spazio per l’ego. I membri sono vestiti con la tunica bordeaux, come tutti i partecipanti e aiutanti, ma quando è il momento sono pronti ad indossare la tunica nera con la cintura bianca dei facilitatori. Il tratto che contraddistingue i membri del Meera team sono le macchie di colore in ogni tunica, non importa di quale colore. A volte sei aiutante, a volte sei facilitatore. Chi lo decide? Noi. I membri stessi del team si autoregolano. Dai meeting e dagli sharing vengono fuori gli assetti più indicati per ogni parte del training rispettando le individualità e i talenti di ognuno. C’è chi è più adatto a guidare la parte di ‘pittura primal’, chi invece ‘l’autoritratto’, chi più ‘dipingi la tua danza’ e chi invece ‘pittura della natura’. Ogni fase del training è votata e occasione di crescita. La parole d’ordine è “be ready” (sii pronto).

Ricordo la prima volta che Meera mi propose di indossare la ‘black robe’ (tunica nera). All’improvviso una mattina di molti anni fa la tirò fuori dallo zaino sorridendo. Fui spiazzata da tale proposta, tanto da avere la tentazione di rifiutare. Poi invece, in una frazione di secondo avvenne in me un click e ricordo che col pizzicore allo stomaco afferrai quel vestito che mi arrivava poco sotto il ginocchio e mi ritrovai nel Buddha Groove a fianco di Ojas già ‘nero’ da tempo. “Cosa devo fare?” chiesi davanti a tutti i partecipanti. Lui mi rispose: “Just hold the space (basta che tieni lo spazio)” mi rispose. Tenere lo spazio non è facile come sembra. È un’arte che si impara piano piano, a piccoli passi.

Anche quest’anno il team ce l’ha fatta a tenere questo spazio. “Il primo anno senza Meera i partecipanti arrivano anche solo per curiosità, ma il secondo anno è la prova del nove. Se i partecipanti continuano ad arrivare significa che abbiamo gettato bene il seme” ha detto Fuluwari al primo meeting, l’aiutante più “vecchia”, colei che è stata più a lungo con Meera. Ebbene, abbiamo avuto più partecipanti dell’anno scorso.

Far parte del Meera team non è tutto rosa e fiori. A volte collaborare è più faticoso che seguire ordini. In uno spazio democratico è necessario più tempo, più attenzione affinché tutti i membri si sentano ascoltati e riconosciuti. Talvolta avvengono conflitti e fraintendimenti dai quali occorre passarci attraverso. È faticoso e anche difficile. Ma tale dispendio d’energie si rivela poi un’investimento in benessere. Stare bene assieme all’interno del team si riflette poi a tutti i livelli, con i partecipanti, nella pittura. Meera teneva molto alla salute del team, per lei era il termometro della situazione. Si assicurava sempre che tutto scorresse liscio. Al primo intoppo organizzava una condivisione. Molte persone mi chiedono se non è troppo caotico avere a che fare con così tante persone nella leadership. Io rispondo che è la forza del nostro team. La sua bellezza è non avere un leader precostituito. Anche Svagito si è dovuto ricredere su tale aspetto. Ovviamente tutto è in divenire e cambiamento. Ogni membro, parallelamente, ha iniziato a dedicarsi a progetti personali e collaborazioni più esclusive. Ma la forza del team sta anche in questo. Nel non sapere del domani. Non c’è nessun contratto firmato. Tutto dipende dalla disponibilità, dalla motivazione e passione di ognuno del gruppo. Non mi sorprenderebbe vedere che il prossimo anno il Meera team si sia decimato o affollato di nuove presenze. Non ho nessuna aspettativa in merito. Tutto quello che deve accadere accadrà. Il team è organico, respira, si trasforma. Meera ci ha cresciuti nella valorizzazione di quello che eravamo nel momento presente.

Proprio quando stavo finendo di scrivere questa testimonianza ho incontrato a Pune, crocevia di ricercatori, una donna indiana che avevo conosciuto tredici anni prima durante un mio viaggio in India del Nord. Manavi mi offre un passaggio fino a Mumbai, dove lei vive e dove ho l’aereo di ritorno. Mi propone di stare tre giorni da lei. Vado con l’onda. Mi invita nella scuola d’infanzia fondata da sua madre a svolgere un workshop di pittura. Accetto. Bambini di quattro anni ballano le mie musiche e lanciano colori su un grande pezzo di carta a terra. Hanno nomi pressoché impronunciabili ma hanno sorrisi indimenticabili. Vanno liberi come uccellini, fluiscono fluidi come l’olio. Sgocciolano, cambiano colore senza porsi il minimo dubbio sull’accostamento, non raffigurano niente, sono colore loro stessi. Varcano il confine della carta e sconfinano sul corpo. Il ritratto della gioia, della spontaneità e innocenza pura. Il dipinto di gruppo è commovente, indescrivibilmente bello, proprio perché non tenta di esserlo. Come diceva Meera, i bambini sono i maestri degli adulti. Guardandoli ci ricordiamo come eravamo, cosa abbiamo perduto strada facendo e cosa possiamo recuperare crescendo. Li osservo. Sono così diretti, senza filtri, esprimono le loro emozioni totalmente. Si litigano fra di loro il pennello, il minuto dopo si abbracciano. Senza maschera, senza risentimento, sono. Veri. Non potevo ricevere un regalo più grande (mi accorgo che è San Valentino). Lascio l’India con questo ricordo nel cuore. Vado verso la Thailandia dove faciliterò con Premraj un training di pittura e meditazione per adulti, nel quale farò la mia parte nel trasmettere il messaggio di Meera. Essenzialmente ricreerò l’asilo di Mumbai. Alla fine questo è ciò che conta. In uno spazio meditativo, attraverso il riflesso della pittura, disimpariamo l’educazione come ci è stata insegnata, piena di condizionamenti, divieti e giudizi, che ci ha allontanati dalla nostra vera natura. Solo così potremo tornare innocenti, puri e creativi come bambini.

Dovrai recuperare la tua infanzia, farla rifiorire. E questa nuova infanzia sarà solida, forte, perché sarà conscia, sarà una tua evoluzione. La prima infanzia è stata semplicemente un dono del cielo; la seconda sarà frutto della tua consapevolezza, sarà profondamente radicata in te. La prima infanzia è andata persa perché era inconscia; più diventavi consapevole, più scompariva. La seconda infanzia dev’essere conscia: solo così non ci saranno problemi e sarà tua per l’eternità”. (Osho, The Discipline of Transcendence, vol. II, cap.10)

Sahaja, anno ’73, riceve una formazione accademica e dopo essere stata attiva nel sistema dell’arte contemporanea decide di distaccarsene completamente per seguire una ricerca personale, espressiva e terapeutica. Incontra per caso Meera Hashimoto e ne viene totalmente affascinata tanto da diventare assistente nei suoi training nel mondo. Insegna per dodici anni negli istituti superiori toscani e parallelamente crea progetti per la valorizzazione del talento giovanile. Guida gruppi sulla creatività in diversi ambienti socioculturali in Italia e all’estero, fra i quali l’Istituto Osho Miasto, dove continua i corsi fondati da Meera e tra i quali quello dedicato ai bambini e genitori.

After graduating in Painting at the Academy of Fine Arts and also in Design at the ISIA in Florence, I traveled a lot by doing research for a Master in Cooperative Learning during which I realized that the combination of learning / teaching takes place in the community at various levels transversally. In reality there are no teachers and learners, there is no chair separated from the desks, there is no knowledge that is dictated from above and received from below. But a culture that circulates horizontally and is shared in varying degrees. You learn from each other, put your skills and abilities to collective service. Everyone has something unique to share. This is the philosophy of the Cooperative Learning, widely studied in contemporary pedagogical environments, scarcely implemented in official training places, where the transmission of knowledge still takes place in a unilateral and hierarchical manner. But fortunately, in alternative environments, where an interdependence occurs between the subjects that act, the old paradigm is reversed. This does not mean that cultural exponents are improvised and the Cooperative Learning happens by itself. To be a facilitator of shared culture we need an ad hoc preparation, special skills that are not extemporaneous. First and foremost it requires listening skills, non-violent communication skills, respect for oneself and others, active reworking and creativity. In practice, it takes humility, the desire to grow and to question oneself. The reason I come back every year to the Osho International Meditation Resort in Pune is because I find this practice of building a new shared knowledge possible, considered in the places I usually frequent, for example the Italian school, utopian. Ever since my very dear mentor, an artistic and vital inspirer, Meera Hashimoto, the one who calls me here for the first time, has left the face of the Earth, even more I see cooperation in learning possible, especially way inside her team, left without her. Meera had trained us to share, to expose ourselves always, in comfort and discomfort. She had taught us to take responsibility, developing our talent in a versatile way, instantly reconfiguring and chameleon-like, but at the same time respecting our nature and authenticity. In her unexpected absence and total emotional unpreparedness for her departure, so we found ourselves already paradoxically prepared to survive. As a tribe of apprentices with good roots, but unaware of losing their guide so soon, we are preparing to put into practice, together, the long-lived training experience, which was nothing more than a form of the studied pedagogical phenomenon of Cooperative Learning. Also this year the aforementioned phenomenon took place, as an enriching apprenticeship in a meditative and international environment, as confirmation that this method is, as well as possible, a winner. I always say, for me an experience of this kind is worth more than all the universities and internships put together. All this obviously takes place in the expression of color and the vitality of a band of creatives. The Meera team is a living and malleable organism, it has cells in the four corners of the Earth. The nationalities are manifold: Ireland, Germany, Japan, Taiwan, Slovenia, Italy, Sweden, Turkey, nations that have decided to undertake relationships of brotherhood between them. The Meera team takes shape depending on the context and can vary in size. This is because there are no established roles, but everything is in progress and in symbiosis with the changing situations. Obviously maturity, competence and awareness are used as selection criteria, but there is always room for newcomers and their freshness. In Pune this year we were thirteen: Anando, Anurakti, Chetan, Devi, Fuluwari, Ojas, Prema, Premraj, Sahaja, Samadhi, Sundari, who gave the change to Tathina, Tosho, Vijan, and in addition Svagito, veteran family constellation and zen counseling therapist, companion of Meera, who paternally accompanied us in every moment, transferring the love he has for Meera combined with pills of therapeutic knowledge. He took care of us as if we were his students, maybe his companions in adventure or the children he never had. Someone from the Meera Team shared, in the final sharing, that it was like being part of a big family. Belonging is the atmosphere that was experienced during Osho Art Meditative Intensive training again this year. We are not just team members ready to learn from each other, but we are also painters, we don’t forget it. We are dealing more with the right hemisphere of the brain than with the left. We use more irrational brain functions. So being an artist facilitator means being unpredictable, wild and spontaneous, not following preconfigured structures, going with the flow, with intuition and the energy of the moment. In this Meera was an excellent example and when we were helpers we went crazy with her sudden program changes. Someone was nicknaming her Tzunami. When we became facilitators, we realized that programs do not really exist! Obviously there is a basic structure but improvisations are essential. They are part of the art of dealing with art. And they are part of the art of working with people. And this is also the message of Osho who encourages us to be in the present moment, courageously going towards the unknown. For me, the Cooperative Learning takes place in the Meera Team constantly, in meditating, looking inward and then confronting others. Everytime. At every stage. It is created together. From the gigantic preparation of all the creative machines that no mortal imagines: spread the kilometric plastic on the Buddha Groove marble, glue handmade paper to reach large dimensions, prepare the multiple acrylic colors and pour them into the innumerable special containers, as well as the inks, prepare the brushes of various sizes and shapes, sprays, sponges, buckets, cushions, mirrors, palettes and watercolors, gouache, rags for each participant, put on a color station always provided with colors, design the taster sets. This is the initial work. Then there is the management of the group, of all the exercises, of the paintings, of the guided meditations. Put the music, talk with the microphone, facilitate night events, be present in any situation, always get by even with difficult participants, say sensible things. There is daily maintenance of space and special preparation for each exercise. Then there is the exhibition of the works and the preparation of the final performance, which Meera used to love so much, in which the Team also becomes a dance company. All this is kept alive by the Team’s great collaboration and spirit. I could say that being part of the Meera Team I receive a double training. There is the Osho Art Meditative Intensive training and there is the Meera Team training. One is the side effect of the other. One is on-stage and the other is back-stage. But the fact of being back-stage does not mean that it is less visible, rather it is the ground on which they lay the foundations of the group and depends on the success of the same. There is no competition within the Meera Team, there is no room for ego. The members are dressed in the maroon tunic, like all the participants and helpers, but when the time is right they are ready to wear the black tunic with the white belt of the facilitators. The trait that distinguishes the members of the Meera Team are the splashes of color in each tunic, no matter what color. Sometimes you are a helper, sometimes you are a facilitator. Who decides it? We do. The Team members themselves regulate themselves. Meetings and sharing come out the most suitable arrangements for each part of the training respecting the individuality and talents of each one. There are those who are better suited to lead the part of ‘primal painting’, who instead ‘the self-portrait’, who more ‘paint your dance’ and who instead ‘paint nature’. Each stage of the training is voted and an opportunity for growth. The watchword is “be ready”.

I remember the first time that Meera proposed me to wear the ‘black robe’. Suddenly one morning many years ago she pulled it out of her backpack and smiled. I was puzzled by this proposal, so as to be tempted to refuse. Then instead, in a fraction of a second a click occurred in me and I remember that with a tingling in the stomach I grabbed that dress that came to me just below the knees and I found myself in the Buddha Groove alongside Ojas already ‘black’ for a long time. “What should I do?” I asked in front of all the participants. He replied: “Just hold the space” he replied. Keeping the space is not as easy as it seems. It is an art that is learned slowly, in small steps.

Also this year the Team has managed to keep this space. “The first year without Meera participants arrive just out of curiosity, but the second year is the litmus test. If participants continue to arrive, it means that we have thrown the seed well”, Fuluwari said at the first meeting, the “oldest” helper, the one who was longer with Meera. Well, we had more participants than last year.

Being part of the Meera Team is not all pink and flowers. Sometimes collaborating is more difficult than following orders. In a democratic space more time is needed, more attention so that all members feel heard and recognized. Sometimes conflicts and misunderstandings occur from which we must pass through. It is tiring and even difficult. But this expenditure of energy turns out to be an investment in well-being. Being comfortable together within the Team is reflected at all levels, with the participants, in the painting. Meera was very keen on the health of the Team, for her it was the thermometer of the situation. She always made sure that everything ran smoothly. At the first hitch she organized a sharing. Many people ask me if it is not too chaotic to deal with so many people in leadership. I reply that it is the strength of our Team. Its beauty is not having a pre-established leader. Obviously everything is in flux and change. Each member, in parallel, has begun to devote himself to personal projects and more exclusive collaborations. But the strength of the team also lies in this. In not knowing about tomorrow. There is no signed contract. Everything depends on the availability, motivation and passion of everyone in the group. It would not surprise me to see that next year the Meera Team has decimated or crowded with new presences. I have no expectation in this regard. Everything that has to happen will happen. The Team is organic, it breathes, it transforms. Meera raised us in the appreciation of what we were in the present moment.

Just when I was finishing this testimony, I met an Indian woman in Pune, a crossroads of researchers, whom I had met thirteen years earlier during a trip to Northern India. Manavi offers me a ride to Mumbai, where she lives and where I have the return plane. She proposes to stay with her for three days. I go with the wave. She invites me into the kindergarten founded by her mother to do a painting workshop. I accept. Four-year-olds dance my music and throw colors on a large piece of paper on the ground. They have almost unpronounceable names but they have unforgettable smiles. They go free like birds, fluids like oil flow. They drip, change color without the slightest doubt about the combination, they do not depict anything, they are color themselves. They cross the border of the paper and reach their own body. The portrait of joy, spontaneity and pure innocence. The group painting is moving, indescribably beautiful, precisely because it does not try to be so. As Meera said, children are the masters of adults. Looking at them we remember how we were, what we lost along the way and what we can recover by growing up. I watch them. They are so direct, without filters, they express their emotions totally. They argue because of some brush, the next minute they hug each other. Without a mask, without resentment, they are. True. I couldn’t receive a bigger gift (I realize it’s Valentine’s Day). I leave India with this memory in my heart. I go to Thailand where with Premraj I will facilitate a painting and meditation training for adults, in which I will do my part in conveying Meera’s message. I will essentially recreate the Mumbai kindergarten. In the end this is what counts. In a meditative space, through the reflection of painting, we unlearn education as it has been taught to us, full of conditioning, prohibitions and judgments, which has led us away from our true nature. Only then we will be able to return as innocent, pure and creative as children.

“You will have to recover your childhood, make it flourish again. And this new childhood will be solid, strong, because it will be conscious, it will be your evolution. Early childhood was simply a gift from heaven; the second will be the fruit of your awareness, it will be deeply rooted in you. Early childhood was lost because it was unconscious; the more you became aware, the more it disappeared. The second childhood must be conscious: only in this way there will be no problems and it will be yours for eternity “. (Osho, The Discipline of Transcendence, vol. II, chap.10)

Sahaja, born in 1973, received an academic education and after having been active in the contemporary art system decided to detach herself completely to follow a personal, expressive and therapeutic research. By chance she meets Meera Hashimoto and became totally fascinated by her, becoming an assistant in her training in the world. She teaches for twelve years in Tuscan high schools and at the same time creates projects for the enhancement of youth talent. Guides groups on creativity in different socio-cultural environments in Italy and abroad, including the Osho Miasto Institute, where she continues the courses founded by Meera and among which the one dedicated to children and parents. 

brush

Articolo in OSHO TIMES 248, Maggio 2018: “With or without you”

Inizio a scrivere questa testimonianza ad un anno esatto dalla dipartita della creatura fenomenale chiamata Meera che ha visitato questa pianeta Terra per settant’anni toccando il cuore di molte persone.

Non so da dove iniziare e cosa scrivere, è come se le parole non fossero abbastanza per descrivere l’incontro con lei e cosa ha significato per la mia vita. Ma continuo a sfiorare la tastiera sperando di poter trasmettere l’essenza dell’esperienza vissuta.

Coloro che hanno conosciuto questa straordinaria artista e maestra concordano sul fatto che sprigionava vitalità da tutti i pori ed era un uragano d’energia. Il Buddha Groove dell’OIMR di Pune, senza di lei quest’anno era come una discoteca senza musica, un tiramisù senza mascarpone, una cantante senza voce. Eppure c’eravamo noi: i suoi studenti di lunga data, ‘orfani’ e sopravvissuti, venuti da tutti gli angoli del mondo, determinati a trasmettere i suoi preziosi insegnamenti e portare avanti il suo cruciale lavoro. Tutto il corso OSHO Art Meditative Intensive è sorprendentemente accaduto anche quest’anno, grazie alla fusion dei suoi ‘eredi’, i quali, supportati dalla presenza fondamentale di Svagito, compagno di vita di Meera e terapeuta veterano, hanno coraggiosamente esordito nella conduzione. Eravamo stati addestrati da Meera, durante i suoi Art Therapist Training, alcuni di noi erano stati assistenti, altri aiutanti, avevamo partecipato ai suoi corsi centinaia di volte, ma esporsi direttamente in prima persona, senza lei, è stato veramente provante. E non solo ‘on stage’, ma anche e soprattutto ‘back stage’ ovvero nell’organizzazione e gestione dei corsi e nella collaborazione fra i membri del team. Dodici persone provenienti da Germania, Irlanda, Giappone, Korea, Spagna, Italia, Olanda, Turchia stavano cercando di tenere le fila del passaggio del testimone. Siamo partiti dalle condivisioni, dai meeting, dall’esternazione delle proprie emozioni e sensazioni, dall’ascolto e dalla comunicazione, come Meera ci aveva insegnato, ma non è stato facile. Eravamo lì con un intento comune ma sono avvenute naturalmente e spontaneamente discussioni, scontri, divisioni, fazioni, rappacificamenti. C’è stato un momento che mi è sembrato di vivere una guerra mondiale. Si sentiva fortemente una differenza di atteggiamento fra Occidente e Oriente, fra maschile e femminile. Ma non solo. Eravamo dodici diverse teste. Immersi nella meditazione e traboccanti d’amore per Meera siamo stati capaci di trascendere i conflitti. È stato proprio attraverso l’espressione di tutto ciò che c’era che siamo stati in grado di andare oltre. Solo attraversando le difficoltà abbiamo potuto procedere, non evitandole. Ogni evento è stato occasione di osservazione del sé, di crescita, di messa in discussione. E’ stato un gruppo dentro un gruppo. Il rispetto, l’accettazione, la fiducia, hanno preso il posto alla competizione e paura iniziali. È per questo che mi sento così grata di aver fatto parte di questo gruppo dentro un gruppo, dove mi sono sentita inclusa per come sono. Ho visto che ognuno di noi ha delle qualità talmente autentiche e personali che solo attraverso la valorizzazione di esse può venir fuori la ricchezza e la forza del messaggio di Meera. Noi siamo la sua eredità, insieme. Possiamo aiutare a risvegliare la creatività e guidare verso un percorso di consapevolezza non nella divisione ma nella fusione. Tutto il processo del corso è stato per me intenso e toccante. Non c’è stato un momento in cui non abbia sentito Meera vicino, sia nel caos che nel silenzio, sia nella tensione che nell’armonia. Diverse combinazioni di co-leader sono state sperimentate per ogni parte del training: pittura primal, autoritratti, dipingi la tua danza, pittura della natura. Ogni volta ci confrontavamo e prendevamo decisioni insieme, passando dalla maroon alla black robe, da aiutanti a facilitatori, con la disinvoltura e la capacità di cambiare da una fase all’altra della meditazione dinamica. In questo ho visto una grande similitudine con Meera, la quale ricordo cambiava improvvisamente programma allenandoci a non avere aspettative e a fluire con il corso degli eventi come funamboli al vento. Meera ci ha formati all’improvvisazione e al sentire il momento presente. E si sono visti i frutti del suo insegnamento in tutte le fasi del viaggio di questo gruppo senza lei. Nella mostra dei lavori di Meera nella piramide Kabir, nella conduzione dei suoi gruppi, nella proiezione dei suoi dvd, nella mostra dei lavori pittorici, nella performance finale, in cui non sono mancati i tipici spettacoli di light show e la tradizionale danza giapponese in kimono, lei è stata con noi, o forse dentro di noi. E sento, a dispetto del dolore di averla persa, che il dono più grande che poteva farci è stato proprio quello di non esserci più. Adesso possiamo camminare con le nostre gambe, ancora fragili come quelle di agnellini appena nati, ma orgogliose di essere portatrici della sua visione. Un lungo viaggio inizia sempre da un piccolo passo e noi quel passettino l’abbiamo fatto. “Keep on moving!” Soleva dirci Meera davanti ai nostri dipinti. Noi siamo i pennelli e i colori che completano l’opera iniziata da lei e come in un dipinto di gruppo esprimiamo le nostre energie continuandoci a muoverci. “Meera Team” è stato scritto nel Resort, cioè chi condurrà il prossimo training a Pune. È una entità che cambia ma che mantiene il sapore di Meera.

Premraj, Ojas, Tosho, Anando, Prema, Tathina, Fuluwari, Chandra, Vijan, Gyan, Dariya. Un network di amici e compagni d’avventura spalmato in tutto il mondo che si ricombina, si allarga e si contrae ad ogni esigenza.

Se l’Osho Art Meditative Intensive è stato un successo è stato anche grazie a tutti i coraggiosi partecipanti che si sono spesi totalmente e fidati in tale delicata fase di transizione. Ma soprattutto è grazie a Svagito che nonostante stesse ancora elaborando il suo lutto non si è risparmiato nel dipingere, nel sostenere nella terapia, nel dare feedback, nel celebrare e meditare, offrendo una presenza sempre collaborativa e propositiva.

In questo anno Svagito ha instancabilmente fatto celebrazioni itineranti nel mondo a seguito della death celebration di Meera a Tokyo, ha organizzato mostre dei suoi dipinti e aiutato nei gruppi da lei programmati e che si sono svolti in Spagna, Italia, Turchia, Grecia, Giappone. Egli ha fondato la Meera Art Foundation e la Meera Art Academy con l’intento di preservare il lavoro e gli insegnamenti di Meera e ha pubblicato l’ultimo suo scritto presentando il libro dal titolo ‘Dancing in the unknown’.

Tutte le persone, spettatori del processo messo in atto nel Buddha Groove, sono stati toccati dalla dedizione con la quale i corsi sono stati tenuti in vita, con lacrime di commozione ci hanno sostenuti e visto con gioia che Meera sopravvive ed è riflessa in ogni suo studente e in tutti coloro che sentono il suo richiamo. (Sahaja)

I begin to write this testimony at exactly one year from the departure of the phenomenal creature called Meera who visited this planet Earth for seventy years touching the hearts of many people. I do not know where to start and what to write, it’s as if the words were not enough to describe the meeting with her and what it meant for my life. But I continue to touch the keyboard hoping to transmit the essence of lived experience. Those who have known this extraordinary artist and teacher agree that she gave off vitality from all the pores and was a hurricane of energy. The Buddha Groove of the OIMR of Pune, without her this year was like a disco without music, a tiramisu without mascarpone, a singer without voice. Yet we were there: her longtime students, ‘orphans’ and survivors, who came from all corners of the world, determined to pass on her precious teachings and carry out her crucial work.

The entire OSHO Art Meditative Intensive course has surprisingly happened again this year, thanks to the fusion of its ‘orphans’, who, supported by the fundamental presence of Svagito, Meera’s life partner and veteran therapist, has courageously made its debut in the conduct. We had been trained by Meera, during his Art Therapist Training, some of us had been assistants, other helpers, we had participated in her courses hundreds of times, but exposing directly in person, without her, was really proving. And not only ‘on stage’, but also and above all ‘back stage’ in the organization and management of courses and in collaboration between team members. Twelve people from Germany, Ireland, Japan, Korea, Spain, Italy, Holland, Turkey were trying to hold the ranks of the baton. We started from sharing, from meetings, from the externalization of our emotions and sensations, from listening and communication, as Meera had taught us, but it was not easy. We were there with a common intent but naturally and spontaneously occurred discussions, clashes, divisions, factions, reconciliations. There was a moment that seemed to me to live a world war. There was a strong sense of a difference in attitude between the West and the East, between masculine and feminine. But not only that. We were twelve different heads. Immersed in meditation and overflowing with love for Meera we have been able to transcend conflicts. It was precisely through the expression of all that there was that we were able to go further. Only by going through the difficulties we could proceed, not avoiding them. Each event was an occasion for self-observation, for growth, for questioning. It was a group within a group. Respect, acceptance, trust have taken the place of initial competition and fear. That’s why I feel so grateful to have been part of this group within a group, where I felt included for how I am. I have seen that each of us has such authentic and personal qualities that only through the enhancement of them can the richness and strength of Meera’s message come out. We are her heritage, together. We can help to awaken creativity and drive towards a path of awareness, not in division but in fusion. The whole process of the course was intense and touching for me. There was not a moment when I did not hear Meera close, both in chaos and silence, both in tension and in harmony. Several combinations of co-leaders have been tested for each part of the training: primal painting, self-portraits, painting your dance, painting of nature. Each time we confronted each other and made decisions together, going from maroon to black robe, from helpers to facilitators, with the ease and the ability to change from one phase to another of dynamic meditation. In this I saw a great similarity with Meera, who suddenly changed program, training us not to have expectations and to flow with the course of events like tightrope walkers in the wind. Meera has trained us to improvise and to feel the present moment. And we saw the fruits of her teaching at all stages of this group’s journey without her. In the exhibition of Meera’s works in the Kabir pyramid, in the conducting of her groups, in the screening of his DVDs, in the exhibition of pictorial works, in the final performance, in which there were typical light show performances and the traditional Japanese dance in kimono , she has been with us, or perhaps inside of us. And I feel, in spite of the pain of having lost her, that the greatest gift that could make us was precisely that of not being there anymore. Now we can walk with our legs, still as fragile as those of newborn lambs, but proud to be bearers of his vision. A long journey always begins with a small step and we have done that little step. “Keep on moving!” Meera used to tell us in front of our paintings. We are the brushes and the colors that continue the work begun by her and like in a group painting we express our energies by keep on moving. “Meera Team” was written in the Resort, that is, who will conduct the next training in Pune. It is an entity that changes but maintains the taste of Meera. Premraj, Ojas, Tosho, Anando, Prema, Tathina, Fuluwari, Chandra, Vijan, Gyan, Dariya. A network of friends and companions of adventure spread throughout the world that recombines, widens and contracts with every need. If the Osho Art Meditative Intensive was a success it was also thanks to all the brave participants who have totally and trustfully spent themselves during this delicate transition phase. But above all it is thanks to Svagito who, even though he was still mourning, did not spare himself in painting, sustaining therapy, giving feedback, celebrating and meditating, always offering a collaborative and proactive presence. In this year Svagito has tirelessly made traveling celebrations around the world following the death celebration of Meera in Tokyo, has organized exhibitions of his paintings and helped in the groups she planned and which were held in Spain, Italy, Turkey, Greece, Japan. He founded the Meera Art Foundation and the Meera Art Academy with the aim of preserving the work and teachings of Meera and published her last work presenting the book entitled ‘Dancing in the unknown’. All the people, spectators of the process put in place in the Buddha Groove, were touched by the dedication with which the courses were kept alive, with tears of emotion sustained us and joyfully seen that Meera survives and is reflected in each of her student and in all those who hear her call. (Sahaja) 

 

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Articolo in OSHO TIMES 238, Aprile 2017: “Tributo a Meera”

Meera Hashimoto ha lasciato il corpo il 21 febbraio 2017 durante una immersione in Sud Africa. Ci ha lasciati così, in movimento e in un modo del tutto inedito e inaspettato come era il suo stile. Sono andata alla death celebration a Tokyo: 6 ore di danza, meditazione, pittura, video proiezioni, letture. Ho sentito gioia, commozione e comunione.

“Cara Meera, ti ho incontrata per caso e grazie ai tuoi insegnamenti la mia vita è cambiata completamente. Ti sono molto grata, con te ho scoperto la spontaneità e infatti il nome che mi hai dato significa ‘colei che crede nella spontaneità’. Sei stata per me una ispirazione vivente come artista, come terapeuta, come meditatrice, come donna nella società, in una parola sei stata la mia Maestra. E continui ad esserlo. Grazie Meera del tuo amore.” (Sahaja)

Article in OSHO TIMES 238, April 2017: “Tribute to Meera”

Meera Hashimoto left his body on 21 February 2017 during a diving in South Africa. She left us like this, in motion and in a totally new and unexpected way as her style. I went to the death celebration in Tokyo: 6 hours of dance, meditation, painting, video projections, readings. I felt joyful, moved and connected to the others.

“Dear Meera, I have met you by chance and thanks to your teachings my life has changed completely. I’m very grateful, with you I discovered the spontaneity and actually the name you gave me means ‘the one who trust in spontaneity’. You were for me a living inspiration as artist, as therapist, as meditator, as woman in society, in a word you have been my master. And you continue to be. Thanks Meera for your love.” (Sahaja)

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Articolo in OSHO TIMES 207, Aprile 2014: “Ritorno a Pune”

Sono di nuovo qua all’OIMR (Osho International Meditation Resort) di Pune per il terzo anno consecutivo. Same same but different, come dicono gli indiani scodinzolando la testa. Nel senso che apparentemente sembra tutto uguale a prima, ma la diversita’ sta nascosta nei dettagli. Come le robes che appaiono identiche a prima vista, ma si svelano assolutamente uniche ed inimitabili perche’ indossate da corpi differenti, le giornate all’OIMR volgono all’insegna dello stupore, della magia e della irripetibilita’ di ogni istante. Quando arrivai qui la prima volta me ne volevo andare via subito, tanto mi sembrava rigida la struttura organizzativa orientata ai divieti. Ma grazie all’universo sono rimasta e andando oltre l’ostacolo mentale delle regole sono riuscita ad intraprendere un viaggio dentro me stessa. Infatti qui ogni cosa e’ un’occasione per scavare dentro se stessi. La prima volta che non fui accettata alla white per un abbigliamento non consono agli standard richiesti, mi sentii profondamente ferita. Su colui che mi ‘espulse’ proiettai la figura del padre e dell’autorita’ e passai attraverso varie emozioni fino a sfidare faccia a faccia il mio oppressore. Capii che l’accaduto non era niente di personale, ma solo una questione di ruoli. Se non avessi pero’ vissuto ogni risvolto della faccenda non sarei arrivata a questa conclusione. Nell’OIMR ho trovato proprio questo: un ambiente dove dar spazio ad ogni cosa che viene a galla, piacevole o spiacevole che sia, concedendomi la liberta’ di viverla appieno e fino in fondo. Gia’ dopo la prima esperienza di autoritratto in Buddha Grove ebbi  la sensazione di aver gettato finalmente la maschera costruita per anni e di aver avuto il coraggio di espormi cosi’ per come ero, nuda e cruda, senza volermi ‘decorare’. Tuttavia ogni volta che riintraprendo il viaggio d’esplorazione dentro me stessa (sono aiutante di Meera nei suoi training Osho Art Therapists) e’ come se accedessi ad un livello piu’ profondo e mi sbuccio come una cipolla. Le lacrime sgorgano, ma anche sonore risate al Resort. Abbracci a cuore aperto e scambi totalmente spontanei. E’ il posto ideale per esercitare lo stato di no-mind che tanto giova alla creativita’ e alla autenticita’ della persona. La prima volta che feci il gibberish fu come essere tornata di colpo bambina, potendomi divertire da matta, lasciandomi andare completamente senza nessun timore di giudizio. Tutte le sere durante l’evening meeting provo quella sensazione e mi ascolto sorpresa, suonando al cento per cento non sense (a volta araba, altre volte giapponese) in mezzo ad una babele di espressioni altrui, inventate all’istante. Comunque qui anche quando non fai gibberish sei costantemente circondata da nazionalita’ diverse. Adoro questa realta’! Per esempio quest’anno nel training di Meera ci sono ventotto, dico ventotto, nazionalita’ diverse (Turchia, Giappone, Taiwan, Korea, Italia, Lituania, Israele, Spagna, Germania, Irlanda, Svizzera, Russia, Francia, Danimarca, Cina, Argentina, Brasile, Latvia, Usa, Russia, Iran, Kenia, India, Scozia, Bulgaria, Croatia, Australia, Inghilterra). Siamo qui per un motivo comune ma allo stesso tempo siamo arrivati da storie completamente diverse.  E’ questo per me il fascino del Resort. L’inedito mix che si crea; e’ un cross-over di esistenze variegate, un melting-pot sempre nuovo ed imprevedibile che mi stimola al decondizionamento. Ogni giorno piu’ vado in contatto con me stessa  e con la meditazione piu’ mi sento meglio con gli altri. E per me sentirmi bene con gli altri non significa obbligatoriamente andare sempre d’amore e d’accordo, bensi’ avere l’onesta’ e il coraggio di dar voce ai miei bisogni, condividere le mie emozioni, non voler sistemare tutto subito nei momenti difficili ma darmi il tempo e lo spazio per sentire davvero la mia realta’. Spesso l’altro riflette parti di me che non voglio vedere e  i momenti di confronto sono per questo molto costruttivi. Qui imparo il rispetto e la comunicazione. Qui posso mettere in pratica cio’ che ho sperimentato con vari terapisti. Valuto il mio grado di soddisfazione del momento, osservo e ascolto il mio corpo, dico NO all’altro quando corrisponde ad un SI a me stessa. So che gli altri mi possono capire, non ho paura di essere fraintesa perche’ qui, nel Buddha field, ognuno e’ impegnato a scoprire se stesso. Se mi esercito in questo ambiente poi sono pronta a fare altrettanto anche nel Market place. Dal Market place ne scappano tanti.  Il Resort e’ come se ‘facesse buca’ si dice in toscano, nel senso che raccoglie tutti idropouts della societa’. Ma l’ambiente non vuole essere consolatorio e pateticamente protettivo per i ‘reietti’ piuttosto io lo vedo come una sorta di zona disintossicante e palestra rieducativa per ritornare piu’ consapevoli ‘la’ fuori’. Se c’e’ una materia che viene studiata all’OIMR e’ proprio questa: la consapevolezza. Tutto sta in questo. Ecco perche’ continuo a tornare qua. Ogni volta incontro persone nuove, ogni volta accedo ad un livello piu’ profondo del mio essere. Non posso fare a meno degli uccelli canterini, degli alti bambu’, degli alberi verdissimi, dei fiumi di personcine bianche che scivolano zitte nella piramide nera, dello sguardo aperto del perfetto sconosciuto, dei balli scatenati, delle urla catartiche, del silenzio sacro, del buon chai, del cocco bevuto con la cannuccia, delle apparizioni del pavone, della musica dal vivo, degli eventi serali, delle parole di un maestro che non e’ mai nato, mai morto ma solo passato di qua. (P.S. Finisco di scrivere questo pezzo e mi capitano due eventi sorprendenti. Il primo e’ che mi arruolano per un giorno a fare il checking-bag per la white. Il secondo e’ che mi viene proposta la black robe senza nessun preavviso. Everything is possible, in India. Tutto e’ possibile all’OIMR. Just go with the flow!) (Sahaja)

Article in OSHO TIMES 207, April 2014: “Back to Pune”

I am here again at the OIMR (Osho International Meditation Resort) in Pune for the third consecutive year. Same same but different, as the Indians say wagging their heads. In the sense that apparently everything looks the same as before, but the diversity  is hidden in details. As the robes that appear identical at first glance, but reveal absolutely unique and inimitable because worn by different bodies, the days at OIMR turn full of wonder, magic and unrepeatable, each moment. When I came here for the first time I wanted to leave this place right away; it seemed to me a rigid organizational structure with too many prohibitions. But thanks to the universe I went beyond the mental obstacle of the rules and was able to embark on a journey into myself. In fact everything here it is an opportunity to dig inside oneself. The first time I was not accepted for the evening meditation because my clothes were not consonant with the standards required, I felt deeply hurt. On the one who expelled me I projected the figure of my father and authority and went through various emotions until I challenge face to face my oppressor. I realized that what happened was nothing personal, but just a matter of roles. If I had not, however, lived every aspect of the matter would not have come to this conclusion. At the OIMR I found just that: an environment where I can give space to everything that comes out, pleasant or unpleasant, giving me the freedom to live it fully and thoroughly. Already after the first experience of self-portrait in Buddha Grove I had the feeling that finally I threw the mask built for years and have had the courage to expose myself as I am, naked and raw, without wanting to decorate myself. However whenever I start again the journey of exploration of myself (I am Meera’s assistant in her Osho Art Therapists training) I access to deeper and deeper levels of myself and it is like peeling me as an onion. Tears flow, but also laughter, at the Resort. Open-heart hugs totally spontaneous. It is the perfect place to practice the state of no- mind so beneficial to creativity and authenticity. The first time I did the Gibberish it was like being a child again, I could amuse myself like crazy, letting go completely without any fear of judgment. Every night during the evening meditation I feel that again, listening myself surprises me, I enjoy being one hundred percent non sense (sometimes I sound Arabic, sometimes Japanese) in the midst of a babel made of others’ expressions, instantly invented. However, here also when you don’t do Gibberish you are constantly surrounded by different nationalities. I love this environment! For instance this year in the Meera’s training there are twenty-eight (I am telling you: twenty-eight) different nationalities (Turkey, Japan, Taiwan, Korea, Italy, Lithuania, Israel, Spain, Germany, Ireland, Switzerland, Russia, France, Denmark, China, Argentina, Brazil, Latvia, USA, Russia, Iran, Kenya, India, Scotland, Bulgaria, Croatia, Australia, England). We are here for a common reason, but at the same time we arrived from completely different stories. And this is for me the charm of the Resort. The inedited mix that you find; the cross-over of varied existences, the melting-pot that is always new and unpredictable and stimulates me to decondition. Every day the more I am in touch with myself and meditation, the more I feel better with others. And for me feeling good with others does not necessarily mean always stay in love and harmony, rather have the honesty and courage to give voice to my needs, share my emotions, not wanting to fix everything at once in the difficult moments but give me time and space to really feel my reality. Often the other reflects parts of me that I don’t want to see of myself and the moments of confrontation, are, for this reason, very constructive. Here I learn respect and communication. Here I can practice what I experimented with various therapists. I rate my level of satisfaction of the moment, I observe and listen to my body, I say NO to another if this is a YES to myself. I know that the others can understand, I am not afraid of being misunderstood because here, in the Buddha field, everyone is involved in discovering himself. If I practice in this environment then I am ready to do the same in the Market place. Many people escape from the Market place. The Resort ‘it’s a hole’ they say in Tuscany, in the sense that collects all the dropouts of society. But the environment is not meant to be comforting and pathetically protective for the ‘outcasts’, rather I see it as a sort of detox and rehabilitative area to return more aware outside. If there is a subject that is studied at the OIMR is this: awareness. This is the fact. That’s why I keep on coming here. Every time I meet new people, every time I dig in the core of my being. I can not do without the singing birds, high bamboos, super green trees, rivers of white little silent people who slip into the black pyramid, open look of a perfect stranger, wild dancing, cathartic screams, the sacred silence, good chai, coconut to drink with the straw, apparitions of the peacock, the live music, evening events, the words of a master who never born, never died, just passed here. (P.S. I finished writing this piece and two unpredictable events happened to me. The first: I worked in floating job in checking-bag for evening event. The second: I am in black robe. Everything is possible in India. Everything is possible in the OIMR. Just go with the flow!). (Sahaja)

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Articolo in OSHO TIMES 189, Giugno 2012: “…Mi sorrideva!”

Sono seduta davanti al mio riflesso…è già qualcosa di molto misterioso. Sono io questa? La risposta è sì perché toccando con le mani la mia faccia, la testa ed esplorando i dettagli più irrilevanti della carne/capelli/mucose, sento ogni singola cellula. Guardando allo specchio, fissando, a volte non vedendo, altre volte scrutando con uno sguardo penetrante, voglio catturare l’essenza di me che cambia continuamente, vibrante, inafferrabile. Il mio ambizioso approccio all’arte vuole mostrare una riconoscibilità con l’oggetto di studio (la mia faccia), ma mi rendo conto di esserne lontana. Cosa cerco? Una visione chiara? Più vado in profondità di me stessa e più non ho idea della mia identità. La mia faccia diventa sempre più chiara passando e ripassando la spugna nella stessa area, perdendo progressivamente ogni ombra. No! Stop! Non voglio sparire! Voglio esistere!!! Aggiungo un po’ di nero per salvare il volume ma il tempo è finito, andiamo alla Kundalini, quindi rimando l’intenzione di restaurare la mia faccia, ma…OH! Qualcosa di assolutamente imprevedibile accade: mentre metto il supporto in posizione verticale il nero inizia a colare tagliando la mia faccia in molte strisce. Cosa vedo improvvisamente è una maschera coperta di sangue e lacrime. Che shock! Comprendo all’istante che è qualcosa che proviene dal passato, dalla storia della mia famiglia, dalla radice del mio mal di testa. Ma cerco di andare oltre questa immagine spaventosa di me, dopo aver condiviso con il gruppo del training, nel quale capisco che il mio approccio drammatico mi fa evitare di scoprire la vera e profonda me stessa, senza preconcetti. Il giorno dopo continuo la missione con energia fresca, iniziando a sentirmi più rilassata e a mio agio. Ho incominciato a permettermi di essere imperfetta! Cosa ho lasciato nel Buddha Grove per tutta la notte è stata una visione da incubo di me stessa (ho tirato fuori qualcosa di molto nascosto dalla superficie della mia pelle, ho esposto la mia sofferenza). E’ stato molto importante perché prima di tutto mi sono accorta che posso essere un mostro (non sono una ‘faccia carina’!) e poi il mio insuccesso come ‘artista’ è stato così pubblico che mi ha aiutata a lasciare andare ogni aspettativa! Dopo questa accettazione, che mi ha resa libera dal sentirmi imbarazzata e provare vergogna, il mio dipinto riguardava il fluire senza paura, aprendomi ai cambiamenti e muovendomi verso direzioni sconosciute. Non mi volevo fissare su nessuna particolare configurazione. Il dipinto è diventato sempre più una meditazione, un viaggio nel mio spazio interiore senza nessuna destinazione finale. Ho iniziato inoltre a sentirmi parte del gruppo: ognuno era perso nella propria dimensione personale ma nello stesso momento in movimento in uno spazio comune e più ampio. Una volta detto SI all’esistenza (grazie ad alcuni esercizi che abbiamo fatto) tutto era connesso. Osho in un discorso ha detto “Nella natura tutto è come è”, io sono parte della natura e non ho bisogno di essere nessun altro tranne me, come sono. La mia faccia mi guardava chiedendomi di essere rappresentata. Come ho focalizzato l’attenzione nel mio occhi destro, ho scoperto un desiderio di onorare i miei genitori. L’occhio destro era vivo e voleva che anche l’occhio sinistro fosse dipinto. I due occhi erano lì con una scintilla di vita. Io sono il risultato della fusione dell’energia di mio padre e quella di mia madre, ho capito. Ho sentito gioia nel riconoscere la mia bellezza. Questo è stato così importante per sbarazzarmi della tendenza di sotto-estimare me stessa! Una volta che mi sono sentita in contatto con i miei genitori è stato facile rimanere col mio ritratto, ricevendo il dono dell’amore. Mi sono sentita riconoscente verso essi e soddisfatta dal risultato che non era sicuramente un capolavoro del rinascimento (ancora i miei condizionamenti e giudizi cercando di dire l’ultima parola…) ma solo il dipinto di me stessa come mi sentivo mentre lo facevo! Alla fine il ritratto mi è piaciuto! Ho notato che lei mi sorrideva, o meglio: mi stavo sorridendo. (Sahaja)

Article in OSHO TIMES 189, June 2012: “…She was smiling at me!”

I am sitting in front of my reflection…it is already something mysterious. Is it me? Once I touched this face, this head, exploring with my hands the most subtle and irrelevant details of  the flesh/hair, the answer was YES…that must be me because I sense every single cell. Looking at the mirror, starring, sometimes not seeing, other times watching with a penetrating glance I want to capture the always changing, vibrating, uncatchable essence of me. My ambitious approach to art wants to show a recognizability of the object of study (my face) but I realize I am far from that. What am I looking for? A crystal vision? The more I dig myself in watching the more I don’t have a clue of my identity. My face is getting lighter and lighter as I keep on passing the sponge again and again in the same area and I am progressively loosing shades. No! Stop! I don’t want to disappear! I want to exist!!! I add some black colour to rescue the volume but the time is over, we go to kundalini, so I postpone the intention of restoring my face, but…OH! Something unpredictable happened: as I put the board in the vertical position the black colour started to drip and cut my face in many slides.  Suddenly what I see is a mask covered by blood and tears! What a shock! Instantly I knew it’s something that comes from my past, the story of my family, the root of my headache. But I try to go beyond this scaring picture of myself after a sharing in which I realized that my dramatic approach prevents me to discover the real and deep me without preconceived ideas. The next day I continued the mission with fresh energy, starting to feel more relaxed and comfortable. I was beginning to allow myself to be imperfect! What I left in Buddha Grove for the all night was a nightmare vision of myself (I expressed something very hidden from the surface of the skin, exposed my suffering). That was really important because first of all I realized I could be a monster (I am not a pretty face!) and secondly my failure as an ‘artist’ was so public that helped me to drop any expectations! After this acceptance, that sets me free from feeling ashamed and embarrassed, my painting was about to flow fearlessly, open myself to changes and moving towards unknown directions. I didn’t want to stick in any particular configuration. The painting became more and more a meditation, a journey in my inner space without any intentional final destination. I also started to feel part of the group: everyone was drowned in his own personal dimension but at the same time moving in a wider commune space.  Once I said YES to the existence (thanks to some exercises we did) everything was more connected. Osho in one discourse said “In nature everything is as it is”, I am part of this nature and don’t need to be someone else but me, as I am. My face was looking at me asking to be represented. As I started to focused in my right eye I discovered a longing to honored my parents. The right eye was alive and waiting for the left eye to be painted. The two eyes were there with a spark of life. I am the result of my father and mother’s energies melting, I realized. I felt joy of recognizing my beauty. This was so important to get rid of the tendency of underestimating myself!  Once I felt connected with my parents it was easy to stay with my portrait, receiving the gift of love. I felt thankful to them and satisfied by the result that was surely not a masterpiece of renaissance (still my conditionings and judging try to say the last word…) but just a painting of me as I felt in doing it! At the end I liked the portrait! I noticed she was smiling at me, better to say I was smiling at me. (Sahaja)

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Articolo su ‘Letters’ di http://www.meera.de

L’OSHO ART THERAPIST TRAINING

Ho trovato l’Osho Art Therapist Training in Amalurra fondamentale per coloro che vogliono lavorare con le persone. E’ una combinazione di vivere un percorso interiore personale e la relazione con gli altri. Sostenere le persone parte da sostenere me stessa. Una volta che sono determinata a scoprire la vera me ho buone possibilità di comunicare onestamente e dare una base per rapporti di fiducia. La meditazione offre uno spazio di guardare ciò che accade dentro e fuori di me. L’arte è lo specchio: visiva, diretta, mi mostra subito dove sono e come sono le mie emozioni. La pittura è così evidente, è lì davanti a me, non mi resta che guardare. La pittura è una dichiarazione di qualcosa che non era visibile prima. Può essere una pittura  primal dove ascolto il mio bambino; un autoritratto dove incontro la mia identità essenziale; un ritratto di qualcuno che non conosco e ricevo solo da intuizioni; una pittura con un partner dove ho un dialogo con l’altro; una pittura di gruppo dove mi fondo in un’identità più grande; una pittura al buio dove esploro il mio lato oscuro; una pittura della natura in cui mi sento parte del tutto.

Gli esercizi di Meera si concentrano sul sentire e percepire gli altri al fine di lavorare con le persone in modo consapevole. Ho trovato il suo approccio veramente prezioso e insolito. Lei non mi insegna una tecnica da essere applicata automaticamente, piuttosto mi insegna un metodo di de-automatizzare i metodi. Tutto questo con lo scopo di essere davvero in contatto con me stessa, così oltre ad imparare come diventare un terapeuta consapevole imparo ad essere me stessa. Direi: a meno che io sia me stessa non posso essere una terapeuta. Ecco perché ho trovato molto importante fare questo training. Imparando a diventare una terapeuta faccio terapia su di me. Vorrei davvero che le persone fossero collegate con la loro spontaneità, ma prima devo farlo con me stessa. Il mio obiettivo finale è quello di raggiungere la mia felicità. La felicità è totalmente disponibile, è già lì, non mi resta che dirle di sì.

Il training è stato disegnato in modo che, oltre ad avere momenti di gioia si devono anche affrontare molti disagi. Meera provoca intenzionalmente situazioni in cui ci si scontra con gli altri (ad esempio andare a dipingere sopra il dipinto di un altro). Allo stesso tempo gli eventi di conflitto accadono da soli quando si vive molti giorni sempre a contatto con le persone. Meera mi incoraggia a usare qualsiasi situazione (incidenti, incomprensioni) per analizzare più a fondo me stessa, senza fuggire. La mia abitudine è quella di vivere in una società ipocrita, quindi è molto scomodo lasciar andare la maschera. Osho ha detto ‘vivi pericolosamente’. Ho iniziato a comunicare la mia realtà. Ho iniziato ad espormi. Le condivisioni sono possibilità perfette per farlo.

Praticando un’indagine di sé in ogni momento, ho avuto l’intuizione che come paziente posso guarire solo da sola (io devo fare il lavoro), nessuno può farlo per me. Il terapeuta mi può accompagnare soltanto, non si può sostituire a me. Voglio diventare una terapeuta che ha questo approccio. Nessuna manipolazione, nessun imbroglio, solo dare coraggio e sostegno. Ho cominciato anche ad applicare questa comprensione nel mio lavoro con i giovani studenti. Ho smesso di mettermi in un livello superiore, prendendo distanza per proteggermi e controllare, piuttosto ho cominciato a mescolarmi con loro, per  essere davvero lì, in un processo di crescita reciproca. Le costellazioni familiari mi danno la chiave per capire che tutti abbiamo gli stessi problemi. E tutti noi proveniamo da differenti, ma simili radici: i nostri genitori. Gli esseri umani sono nella stessa barca: potremmo collaborare invece di isolarci e di giudicarci. Partecipando a costellazioni familiari ho imparato il rispetto e la gratitudine per chi mi ha dato il dono della vita e ha voluto la mia sopravvivenza. Ora la vita è nelle mie mani e io ci farò qualcosa di buono.

Amalurra

Amalurra è un luogo unico. L’architettura è stata costruita appositamente per la meditazione: a forma di cupola, ha dodici lati e il pavimento e il tetto sono di legno. E’ costruita in cima alla stanza sotterranea pre-esistente, da volontari. Il tetto va verso l’alto,  incarnando il desiderio di raggiungere il cielo.
Quando sono dentro sento il mio corpo come un ponte tra i due elementi: terra e aria. È per questo che mi sono sentita così in contatto con la natura. Inoltre si è circondati da fiori, alberi, boschi, un fiume, un tepee, una capanna sudatoria, un cammino circolare, le montagne, le rane, il sole, il vento e le basche piogge rinfrescanti. Le fondatrici di questa comune sono donne che sono andate al di là dei condizionamenti e delle famiglie standard. Stavano cercando un senso di comunità primitiva e hanno trovato un nuovo modo di crescere insieme. Hanno chiamato questo luogo Amalurra che significa Madre Terra e sono molto grata a loro per avermi ospitata in un luogo prezioso dove ho esplorato la mia natura essenziale, per sentirmi accolta e sfidata allo stesso tempo. Il luogo è ideale per prendere le distanze dallo stress della vita di tutti i giorni e tuffarsi in se stessi. Si può sperimentare la dimensione potente della natura selvaggia e anche il silenzio per andare verso l’interno e rilassarsi. Si puà trovare l’invito a socializzare ma anche a stare soli.
Credo che l’Osho Art Therapis Training non può avere un luogo più adatto. Le persone che vivono in Amalurra sono molto generosi e dedite alla Comune. I Bambini a volte vengono a dipingere con noi e gli adulti, oltre ad aiutare quando necessario, partecipano ad alcune meditazioni e sessioni, fondendosi con il gruppo internazionale di partecipanti. Sahaja

Article on ‘Letters’ of http://www.meera.de

ABOUT THE OSHO ART THERAPIST TRAINING

I found the Osho Art Therapist Training in Amalurra fundamental for those who want to work with people. It’s a combination of experiencing a personal inner journey and relating with others. Supporting people starts from supporting myself. Once I am determined to discover the real me I have good chances to communicate honestly and give a base for trusting relationships. Meditation offers a space of watching whatever it happens inside and outside me. Art is the mirror: visual, direct, shows me immediately where I am and how my emotions are. Painting is so evident, it’s there in front of me, I just have to look. Painting is a declaration of something that was not visible before. It can be a primal-painting where I listen to my child; a self-portrait where I meet my essential identity; a portrait of somebody I don’t know and just have to receive by intuitions; a partner-painting where I have a dialog with the other; a group-painting where I merge in a bigger identity; a darkness-painting where I explore my dark side; a nature-painting where I feel part of the whole.

Meera’s exercises are focused on feeling and sensing the others in order to work with people in a conscious way. I found her approach totally precious and unusual. She doesn’t teach me a technique to apply automatically, rather she teaches me a method of de-automating the methods. To learn that I really have to be in contact with myself, so besides learning how to become an aware therapist I learn how to be myself. I would say: unless I am myself I cannot be a therapist. That’s why I found very important to do this training. By learning to become a therapist I do therapy on me.  I really wish people connected with their own spontaneity, but first I have to do it with myself. My ultimate aim is to reach my happiness. Happiness is totally available, it’s already there, I just have to say yes to it.

The training is designed in a way that as well as having joyous moments you also have to face many discomforts. Meera provokes intentionally situations where you encounter others (for example going and paint on top of the somebody else’s painting). At the same time conflict events happens by themselves when you live many days always in contact with people. Meera encourages me to use any situations (accidents, misunderstandings) to analyze myself deeper without escaping. My habit is to live in a hypocritical society so it’s very inconvenient letting go the mask. Osho said ‘live dangerously’. I started to speak my reality. I started to expose. The open-sharings are perfect chances to do that.

By practise a self investigation every moment, I had the insight that as patient I can only heal by myself (I have to do the work), no-one can do it for me. The therapist can only accompany me, cannot substitute me. I want to become a therapist who has this approach. No manipulation, no cheating, only giving courage and support. I also started to apply this understanding in my job with young students. I quit putting myself in a superior level, taking distance to protect me and control them, rather I began to mix with my students to really be there, in a mutual growing process. Meera’s family constellations work gives me a key to understand that we all have the same issues. And we all come from different but similar roots: our parents. Human beings are in the same boat: we might collaborate instead of isolating ourselves and judging each others. By participating in family constellations I learned the respect and gratitude for those who gave me the gift of life and wanted my survival. Now life is in my hand and I will do something good with it.

ABOUT AMALURRA

Amalurra is a unique place. The architecture for activities is especially made for meditation: dome shaped, it has twelve sides and wooden floor and roof. It is built on top of the existing underground room, by volunteers. The roof is going up, embodying the longing to reach the sky.
Being inside I feel my body like a bridge between the two elements: earth and air. That’s why I felt connected with nature while I was there. Moreover you are surrounded by flowers, trees, woods, a river, a tepee, a sweat lodge, a circular fire place, mountains, frogs, the sun, the wind and the Basque refreshing rains. The founders of this commune are women who went beyond conditionings and standard families. They were searching a sense of primitive community and found a new way of growing together. They called this place Amalurra which means Mother Earth and I am very grateful to them for hosting me in such a precious place where I explored my essential nature by feeling welcomed and challenged at the same time. The place is ideal to take distance from daily life stress and dive into oneself. You can experience the powerful dimension of the wild nature and yet the silence for going inward and relax. You find the invitation to relate but also to be on your own.
I believe the Osho Art therapist training cannot have a more suitable location. The people living in Amalurra are very kind and devoted to the commune. Kids dropped to paint with us and adults, besides helping when needed, participated to some meditations and sessions melting with the international group of participants. (Sahaja)

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© Trust in spontaneity – Sahaja Kunkunate – texts and photos

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